PRIMO CAPITOLO

                                   LA FIGURA PATERNA NELLA MITOLOGIA

CAPITOLO PRIMO

E’ un turbinio d’immagini prive di senso quello che avvolge l’individuo prima della nascita delle civiltà.

Egli non conosce le ragioni della vita e della morte, del bene e del male; è immerso in un magma indefinito che necessita di comprensione.

La mitologia è il mezzo che offre all’uomo la possibilità d’interpretare e mettere ordine in una realtà che altrimenti gli sfuggirebbe di mano; serve per confermare il presente e per fornire la linfa vitale atta a inserirlo nella storia, senza perdersi nell’angoscia delle proprie origini, nell’ansia e nella paura del futuro.

I miti e i racconti epici sono lo strumento che l’uomo ha messo a punto per giungere al significato della propria esistenza e per esorcizzare il ritorno nel buio degli istinti disordinati. In questo universo mitologico, quale portatore del simbolo della relazione con la realtà, trova spazio il padre; a lui sono attribuiti i compiti di definire i significati utili alla sopravvivenza e di proteggere dalle insidie del mondo.

Quando la religione e la mitologia prendono forma i Greci sono appena usciti dal crepuscolo della loro preistoria e paventano il pericolo di tornare al periodo caratterizzato dalla leggenda delle Grandi Madri.

L’immagine mitica di un corpo materno che genera da sé, fantasma arcaico della partenogenesi femminile, caratterizza il tempo che si colloca prima della loro storia. Nei più antichi miti cosmogonici si ritrovano la babilonese Ti-Amat, le greche Nyx e Gea, dalle quali tutto trae origine senza intervento maschile. Il regno di queste divinità e della riproduzione presessuale, il loro potere di regolare la fecondità della terra, sono assimilati al caos primigenio.

I Greci non rilevano tra le qualità femminili la visione d’insieme necessaria a realizzare il progetto necessario a consolidare la loro civiltà, ma anzi vedono nelle donne il rischio di un regresso culturale. Ritengono che gli uomini siano mentalmente e fisicamente più adatti a confrontarsi con i problemi esterni alla casa, messi a rischio dall’irrazionalità delle donne. Considerano la sessualità femminile esclusivamente finalizzata all’attività riproduttiva; infatti questa concezione influenzerà la tradizione letteraria greca attraverso una serie di metafore che associano il corpo femminile ora alla terra, ora al solco, ora al forno.

Da quel periodo nasce l’eco della contesa tra i sessi intorno al potere generativo, che porta alla scomparsa della rappresentazione del desiderio femminile di autoriproduzione e alla nascita di un modello culturale dove la maternità si configura solo come accoglimento e accrescimento della prole.

La dimensione materna, peraltro, è la realtà di partenza da cui l’uomo deve prendere le distanze per diventare soggetto. Necessariamente egli deve porsi su un piano diverso da quello femminile per salvare la sua soggettività progettuale.

Se anche una sola generazione perde la sua capacità di trasmettere i risultati conseguiti e si ferma sul presente preclude all’intera comunità la strada dell’avvenire.

E’ per questa ragione che i Greci affidano alla maggiore razionalità patriarcale il disegno per proiettarsi verso il futuro e lasciano alle donne il compito di ospitare il loro seme per garantirsi la discendenza.

I figli non appartengono alle madri ma, già allo stato germinale della polis, sono considerati “proprietà” del padre, il solo che ha la capacità di generare e perpetuare la specie. L’enfasi che, nella Grecia antica, viene posta sulla vis generandi maschile si trova puntualmente in alcuni versi: “Non la madre, non lei produce il suo frutto: “figlio” è il suo nome. Solo, nutre il gonfio maturo del seme. Lui procrea, che d’impeto prende. Lei come ospite all’ospite: veglia sul giovane boccio, se un nume non lo strugge[1].

In quest’ottica può spiegarsi come la religione greca preveda, in quanto portatrice di spiccate doti materne, il solo culto della dea Demetra. Anche la vendetta di Medea, raccontata nell’omonima tragedia di Euripide, evidenzia quanta considerazione avessero i padri per la loro prole. Medea sa che i figli nati dal matrimonio con Giasone non sono un suo ktema, cioè un suo bene, ma un “bene” del padre. Quando viene ripudiata non accetta la sconfitta e sceglie il modo più atroce per riscattare la propria dignità e rispondere al tradimento. Mentre Giasone tenta di abbattere la porta della reggia per soccorrere i figli, nell’aria, sul carro del sole, gli appare Medea che ha con sé i cadaveri dei bambini e rovescia sull’ex marito parole di condanna e di odio.

Il personaggio mitologico, a volte anche nel sottile confine fra mitologia e storia, coltiva un attaccamento che può sfiorare il fanatismo nei confronti dei suoi fedeli strumenti di potere: una corona, un amuleto, uno scudo, una spada, un giavellotto, un mantello, un carro, un cavallo…. Il mito di Medea e Giasone contiene un simbolismo atipico ed estremamente forte. Medea, nel suo impeto di rabbia vendicativa, mette in atto la strategia ricorrente di colpire negli affetti il bersaglio del suo odio, privandolo di quanto egli ha di più caro, ma non prende in considerazione i simboli solitamente elevati a bene più prezioso, sceglie di uccidere i figli. Distruggendo qualunque altro simbolo Medea non avrebbe causato in Giasone una disperazione paragonabile alla perdita della prole. Giasone, infatti, travolto dal dolore, finirà per suicidarsi.

Anche se le funzioni mitiche hanno diverse rappresentazioni, c’è sempre una simmetria tra la sfera mitica e la sfera sociale.

Nell’antica Grecia è diffusa la mitologia degli eroi culturali e spesso il mito si confonde con la storia e con la stessa religione.

Al vertice del pantheon omerico c’è Zeus, che è padre degli dei e degli uomini, è il nume tutelare della casa, è il protettore del matrimonio e della famiglia. Affinché in Grecia si creasse l’ordine, dando alla famiglia un ruolo primario, Zeus diventa sposo di dee autoctone. Anche se alcune scuole di pensiero, con riferimento al simbolismo etico del valore della vita e della società, attribuiscono importanza alle caratteristiche di Zeus, la sua figura paterna è ricca di contraddizioni.

Per quanto, tra gli animali, gli sia sacra l’aquila e, tra le piante, la quercia, potenti simboli della genitorialità maschile, anche se è il padre per definizione, certe sue azioni non lo rendono un modello di genitore esemplare.

Nel mito greco si trovano eroi con cui è più facile identificarsi, padri che lasciano trapelare il loro amore e il loro dolore, che si propongono quali pilastri della loro famiglia.

In queste figure si percepiscono gli alti valore simbolici di padre-creatore, padre-custode, padre-educatore, padre-origine, padre-guida e padre-futuro.

La mitologia greca ci fa incontrare anche antichi sentimenti paterni, come quando ci narra del dolore e del conseguente suicidio di Egèo. Questi, congedandosi dal figlio, diretto a Creta, gli fece promettere che se fosse uscito vivo e vincitore dallo scontro con il Minotauro, sulla nave, già parata a lutto per il trasporto delle quattordici giovani vittime designate al mostro, avrebbe issato una bandiera bianca prima del suo ritorno. Teseo, con l’aiuto del filo di Arianna, poté uscire dal labirinto dopo aver ucciso il Minotauro; però, nella confusione successiva alla vittoria e agli eventi connessi, dimenticò la promessa fatta al padre Egèo, che tutte le mattine, dall’alto di una rocca, esplorava l’orizzonte; questi intravide da lontano che l’attesa nave era ancora tutta parata a lutto e, preso dalla disperazione, non volendo sopravvivere al figlio, si gettò nel mare che ancora oggi porta il suo nome.

La storia relativa al volo di Dedalo e Icaro ci parla invece di apprensioni e di consigli paterni inascoltati. Dedalo, grazie al suo mirabile ingegno, per sfuggire a Minosse, riuscì a costruire delle ali con penne e cera. “Vola a mezza altezza, mi raccomando, in modo che abbassandoti troppo l’umidità non appesantisca le penne o troppo in alto non le bruci il sole. Vola tra l’una e l’altro e, ti avverto, non distrarti a guardare Boote o Èlice e neppure la spada sguainata di Orìone: vienimi dietro, ti farò da guida[2], diceva al figlio prima di salire insieme verso il cielo. Ma Icaro, inebriato da quel magico volo, innalzatosi troppo, forse intravedendo già invitanti terre lontane, finirà per far sciogliere le sue ali al calore del sole e precipitare miseramente.

Nella tradizione greca troviamo padri che riescono a trasmettere ai figli il loro sapere e la loro stessa professione.

Esculapio, un medico vissuto ai tempi della guerra di Troia, era un pioniere dell’ars medica, famoso anche oltre i confini della sua patria. I figli, Podalirio e Macaone, il primo medico e l’altro chirurgo, fecero tesoro dei suoi insegnamenti, trasformandoli in un vero culto che si diffuse in tutta la Grecia e nell’Asia Minore.

C’è poi l’indovino Melampo, che riesce a trasmettere le stesse facoltà a tutti i suoi figli.   

Ci sono i dodici figli di Eolo che, quale esempio di solidarietà familiare, convivono nella casa paterna.

Nell’Eneide troviamo la figura di Enea che, pur non amando la guerra, finisce per combattere anche per la sua seconda patria, rispetta gli dei e le leggi, ama la propria famiglia e affronta la vita con spiccato senso di responsabilità. Tra lui e il padre esiste un legame quasi simbiotico. L’incendio di Troia spinge Enea e Anchise a fuggire verso l’Italia. Durante il viaggio Anchise muore, ma con la morte non cessa la sua funzione di padre-guida. Diventerà per il figlio una sorte di nume tutelare che, in svariate occasioni, apparirà a Enea predicendo gli avvenimenti futuri.

Nei poemi omerici si trovano personaggi come Ettore, la cui figura di padre ci appartiene, così come per secoli c’è stata tramandata dalla storia. Ettore, reduce dal campo di battaglia, ancora vestito di armi, per non turbare il figlio Astianatte, si toglie l’Elmo, si china a prendere in braccio il bambino ed elevandolo verso il cielo, rivolge a Zeus la preghiera di renderlo più forte del padre.

E’ con il mitico eroe che in alcuni versi si coglie anche l’intimo sentimento della famiglia. Ettore, dopo un cruento scontro, che ha visto numerosi caduti tra le sue file, si avvia sulla strada che lo riconduce a casa. Lungo il tragitto si radunano intorno a lui tutti i familiari dei combattenti: “Al faggio intanto delle porte Scee Ettore giunge. Gli si fanno intorno le troiane consorti e le fanciulle per saper de’ figliuoli e de’ mariti e de’ fratelli e degli amici; ed egli, Ite, risponde, a supplicar gli Dei in devota ordinanza, itene tutte, ch’oggi a molte sovrasta alta sciagura. De’ regali palagi indi s’avvìa ai portici superbi (…) Qui giunto Ettore, ad incontrarlo corse l’inclita madre che a trovar sen gìa Laodice, la più delle sue figlie avvenente e gentil. Chiamollo a nome, e strettolo per mano: O figlio, disse, perché, lasciato il guerreggiar, qua vieni (…)[3].

Ritroviamo una componente quasi materna in Fenice, padre putativo del mitico Achille. Questi, rimasto senza la sua fedele schiava Briseide, indebitamente pretesa come risarcimento da Agamennone, decide di non scendere più sul campo di battaglia e manifesta l’intenzione di tornarsene in patria. Le eccessive perdite dei Greci, ad opera dei guerrieri troiani, dovute all’assenza di Achille, spingeranno una delegazione, di cui fa parte lo stesso Fenice, a recarsi presso l’eroe per sollecitarne il ripensamento. La determinazione e il successivo diniego di Achille indurranno poi lo stesso padre a condividerne solidariamente la scelta. Durante la fase iniziale dell’incontro, Fenice sollecita il figlio a rientrare nei ranghi, parlandogli della sua infanzia: “Son io, divino Achille, io mi son quegli che ti crebbi qual sei, che caramente t’amai; né tu volevi bambinello ir con altri alla mensa, né vivanda domestica gustar, ov’ io non pria adagiato t’avessi e carezzato su’ miei ginocchi, minuzzando il cibo, e porgendo la beva che dal labbro infantil traboccando a me sovente irrigava sul petto il vestimento. Così molto soffersi a tua cagione, e consolava le mie pene il dolce pensier che, i numi a me negando un figlio generato da me, tu mi saresti tal per amore divenuto, e tale m’avresti salvo un dì da ria sciagura Doma dunque, cor mio, doma l’altero tuo spirto: disconviene una spietata anima a te che rassomigli i numi”[4].

Leggiamo il dolore del re troiano Priamo che, mettendo a repentaglio la sua stessa vita, si reca nell’accampamento di Achille per reclamare la salma dell’amato figlio Ettore: “Per lui supplice io vegno, ed infiniti doni ti reco a riscattarlo, Achille! Abbi ai numi rispetto, abbi pietade di me: ricorda il padre tuo: deh! Pensa ch’io mi sono più misero, io che soffro disventura che mai altro mortale non soffrì, supplicante alla mia bocca la man premendo che i miei figli uccise. A queste voci intenerito Achille, membrando il genitor, proruppe in pianto, e preso il vecchio per la man, scostollo dolcemente. Piangea questi il perduto Ettorre ai piè dell’uccisore, e quegli or il padre, or l’amico, e risonava di gemiti la stanza. Alfin satollo di lagrime il Pelìde, e ritornati tranquilli i sensi, si rizzò dal seggio, e colla destra sollevò il cadente veglio, il bianco suo crin commiserando ed il mento canuto[5].

Anche la vicenda di Ulisse assume un particolare significato. Finita la guerra di Troia, l’eroe si accinge a fare ritorno nella sua Itaca, ma il viaggio intrapreso verso casa è costellato da innumerevoli peripezie. Durante gli anni in cui Ulisse resta lontano, la sua reggia diventa dimora dei Proci, il padre Laerte si consuma nel dolore e il figlio Telemaco è seriamente preoccupato per la sorte del padre. Telemaco non si rassegna alla lunga attesa e decide di andare alla ricerca di Ulisse.

Così viene descritta la partenza di Telemaco che, dopo avere atteso tanti anni il ritorno di suo padre, ormai giovinetto, si mette alla testa di una nave e parte per andare a ritrovarlo: “Tacque, e loro entrò innanzi; e quelli dietro teneangli. Indi con l’anfore e con gli otri, come d’Ulisse il caro figlio ingiunse, tornaro, e il carco nella salda nave deposero. Il garzon sopra vi salse, preceduto da Pallade, che in poppa s’assise; accanto ei le sedea: la fune I remiganti sciolsero, e montàro la negra nave anch’essi, e i banchi empiero. Tosto la dea dalle cerulee luci chiamò di verso l’occidente un vento destro, gagliardo, che battendo venne su pel tremulo mar l’ale sonanti. “Mano, mano agli attrezzi”, allor gridava Telemaco: “ov’è l’albero?” I compagni l’udiro, e il grosso e lungo abete in alto drizzaro, e l’impiantaro entro la cava base, e di corda l’annodaro al piede; poi tiravano in su le bianche vele, con bene attorti cuoi. Gonfiò nel mezzo le vele il vento; e forte alla carena l’azzurro mar romoreggiava intorno, mentre la nave sino al fin del corso su l’elemento liquido volava. Legati i remi del naviglio ai fianchi, incoronaro di vin maschio l’urne, e a ciascun degli dèi sempre viventi libaro, ma più a te, figlia di Giove, che le pupille di cilestro tingi. Il naviglio correa la notte intera, e del suo corso al fin giungea con l’alba[6].

La mitologia e la letteratura ad essa ispirata lasciano intravedere le tante possibilità di significato che può assumere la figura paterna. La storia recente e le immagini incomposte di una società complessa, deprivata di qualunque dimensione sacrale, ci parlano della crisi di ruolo che sta attraversando il padre.


[1] Eschilo, Eumenidi, episodio IV

[2] Ovidio, Metamorfosi, libro VIII

[3] Omero, Iliade, libro VI

[4] ivi, libro IX

[5] ivi, libro XXIV

[6] Omero, Odissea, libro II

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